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Compagnia Virgilio Sieni Danza – Dolce Vita – Lo spettacolo

<p><span style="color:rgb(218, 165, 32); font-size:26px">LO SPETTACOLO</span></p>

Dolce vita
Archeologia della Passione

Dolce vita è un viaggio in cinque tappe che segue due direzioni: è un avvicinamento alla storia di Cristo e uno sguardo più ampio verso il cammino dell’uomo, inteso nella sua generalità, attraverso i modi e i riti del presente.
Lo spettacolo invita a riflettere sul significato dell’abitare, inteso come pratica umana di relazione col mondo. I danzatori agiscono in gruppo all’interno di uno spazio da cui entrare e uscire, definito dal susseguirsi di cinque quadri coreografici. Le cesure tra le cinque azioni creano una soglia, uno spazio di vestizione in cui mettersi a nudo e prepararsi a un cambiamento.
All’interno dello spazio i danzatori lasciano tracce, a terra o sul corpo dell’altro, e la reciprocità di sguardo diviene la condizione necessaria affinché questo passaggio fisico conquisti una funzione. Nell’istante preciso in cui il gesto istituisce una relazione, lo spazio vuoto si fa luogo abitato, una forma primaria di costruzione.

Annuncio, Crocifissione, Deposizione, Sepoltura, Resurrezione sono i cinque momenti del racconto evangelico scelti da Virgilio Sieni e corrispondono ad altrettanti movimenti del corpo. Un angelo sgomento avanza arrancando, senza annunciare, poiché l’annuncio è già stato consumato. Il donarsi non è mai una sola volta, ma è un continuo tornare l’uno verso l’altro, un movimento di fuoriuscita che abita il margine di un’attesa.
La ricerca di un superamento del limite è l’apertura delle braccia dei danzatori a ricordare una crocifissione, in cui le forme cuneiformi che segnano le teste dei condannati, fanno del corpo un campo di estensione verso l’esterno.

Una lenta deposizione a terra consegna i danzatori a un sostegno, in cui i legni sono lo strumento, la materia viva attraverso cui ridefinire il proprio confine. La danza appare così una pratica del costruire, un’architettura di nuove memorie; un gesto di proiezione nello spazio che coincide con un ritorno al corpo; un segno musicale, che nel ritmo di una oscillazione tra il dentro e il fuori, mostra il legame tra corpo e mondo, tra il nostro presente e un’archeologia del sentire.
L’esposizione continua dei corpi dei danzatori, claudicanti nell’atto della loro trasfigurazione, ci insegna che la ricerca di un oltre è di per sé un’arte umana, una pratica che inizia nel tentativo di una riconquista del quotidiano. Il corpo così risorge a se stesso e alla propria storia attraverso il suo essere nel mondo, il suo sentirsi parte di una comunità che ricerca una direzione comune nelle divergenze.

In una danza rituale, i volti perdono la loro maschera e rivelano la natura intima delle cose: una spoliazione che priva le immagini dei loro significati, uno sconfinamento del corpo interrogato, pressato verso una della verità della figura, che passa attraverso la messa in evidenza dei nessi e dei meccanismi dell’immaginazione sociale e la individua come punto di partenza dell’atto creativo.

Stefania Di Paolo

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