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I vortici del tempo

Memoria, durata e percezione nella musica del Novecento

 

Importante avviso al pubblico

La Stagione Concertistica è sospesa, gli appuntamenti saranno riprogrammati in altra data in fase di definizione.

 

Date

Ridotto del Teatro Regio di Parma, ingresso libero

sabato 8 febbraio 2020, ore 17.00
LO SCHELETRO DEL TEMPO
Le poetiche del frammento e del silenzio tra Claude Debussy a Giacinto Scelsi

sabato 15 febbraio 2020, ore 17.00
LA CARNE DEL TEMPO
La ricerca del “suono nuovo” e la rivoluzione elettroacustica tra Edgard Varèse a Karlheinz Stockhausen

sabato 29 febbraio 2020, ore 17.00

sabato 14 marzo 2020, ore 17.00

INCONTRO SOSPESO IN ATTESA DI EVENTUALE RECUPERO IN ALTRA DATA DA DESTINARSI

LA PELLE DEL TEMPO
Epifanie del “comico” e pratica dello straniamento tra Kurt Weill a Gyorgy Ligeti

 

Theodor Wiesengrund Adorno sostiene che il “significato” della musica è solo ciò che si svolge nel tempo. Il suono cioè, secondo il filosofo tedesco, acquista senso soltanto quando si dispone lungo una linea temporale definita e acquista, compiendo questo movimento, una precisa fisionomia formale. Suono, tempo e forma sono dunque le pietre angolari del linguaggio musicale. La filosofia, la scienza, l’estetica del Novecento hanno profondamente modificato, rispetto al secolo precedente, lo status epistemologico di queste tre categorie fondamentali. Il suono si è liberato del suo rapporto con le durate e le altezze e ha rotto la barriera che lo divideva dal rumore (“Io non scrivo note, scrivo suoni” – dice Salvatore Sciarrino), il tempo – grazie alla teoria della relatività di Einstein – ha superato la propria linearità e ha scoperto di possedere dimensioni molteplici e relative, la forma – non soltanto in musica – non è più un regola “a priori”, uno schema regolativo (come ad esempio la forma sonata), bensì la proprietà specifica di ogni singola opera.

La rottura di questi paradigmi ha generato una frattura, di entità del tutto inedita, tra la musica classico-romantica e quella del Novecento. Ma quale è il vero punto di rottura, la svolta angolare? Molti hanno individuato la sorgente del cambiamento nell’introduzione del metodo dodecafonico di Arnold Schönberg che incide pero soltanto sul parametro, molto parziale, delle altezze dei suoni. Altri lo fanno risalire alla pratica del serialismo integrale che caratterizza una parte della Nuova Musica degli anni Cinquanta. Ma anche in questo caso si tratta di una rivoluzione “locale” che non incide, ad esempio, sulla concezione del suono.

C’è in realtà – sotto il cielo del Novecento – una rivoluzione sotterranea, meno visibile, ma forse più profonda. Ed è quella che riguarda, appunto le due dimensioni integrate del tempo e del suono. In due alvei specifici e lontani vanno forse ricercate le vere scaturigini della rivoluzione novecentesca: per un verso nella nuova idea di tempo generata dalla poetica del silenzio e del frammento di Claude Debussy, per l’altro nella invenzione del suono nuovo praticata da Edgard Varèse. Una delle teorizzazioni più lucide di questa metamorfosi la si deve a Gérard Grisey che in una intervista del 1985 ha individuato le tre dimensioni specifiche in cui tempo e suono si intarsiano l’uno dentro l’altro e ha introdotto i concetti fondamentali di “scheletro del tempo”, “carne del tempo” e “pelle del tempo”. Il ciclo di tre conversazioni, il cui titolo consiste nella traduzione rovesciata di una delle opere cardine di Grisey, Vortex temporum, segue appunto il filo rosso della sua intuizione. Si tratta di un percorso che affianca, concedendosi scarti e divagazioni, la programmazione delle opere e dei concerti di “Parma Capitale della Cultura” e che cerca di individuare i punti nodali, le svolte cruciali, gli incontri imprevedibili tra tempo e suono nella musica del secolo breve. O forse del secolo più lungo della storia delle idee. Un vortice, per l’appunto, che trascina con sé le nostre certezze e le nostre convinzioni”.

 

A cura di

GUIDO BARBIERI

 

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